Atimìa – il disprezzo al potere e il potere del disprezzo

Da più di un anno, in realtà da due, cerco di scrivere un riflessione lunga e articolata sul fatto che usare termini come phobia e odio rischi di consegnare obiezioni e facili riduzioni quando parliamo di ciò che accade nel mondo a tanti tipi di persone. La sto ancora scrivendo con grande fatica. Gli esempi non mi sembrano mai abbastanza e i collegamenti mai sufficientemente strutturati. A questa fatica corrisponde un mondo che continua a riservare trattamenti umilianti, disumanizzanti, feroci.

Allora mi sono detta che forse posso osare. Posso anticipare qualcosa qui. Anche se non è un saggio strutturato. Perché sento l’urgenza di mostrare questa prospettiva. La vita non attende i tempi della scrittura strutturata e la politica non può sottomettersi all’accademia, all’editoria e quindi al capitalismo. La richiesta di perfezione, il pretendere che un messaggio per essere ascoltato – o persino fatto circolare – debba essere limato nelle parole, nelle espressioni e nelle argomentazioni è una strategia per costringere le persone a frenarsi, accettare i termini del sistema.

Quindi eccomi qui. Improvviso.

Ciò che le donne subiscono in base all’idea stereotipata di donna, le persone queer in quanto queer, cosi come le persone razzializzate, migranti, disabili, grasse non è né una forma di phobia né una forma di odio. E non tutto ciò che viene loro fatto può essere inserito sotto la voce “discriminazioni”. Il senso comune della parola discriminazione è troppo collegato al linguaggio della legge e quindi lascia per strada tantissimi casi ed occasioni. I termini odio e phobia mettono l’aggressore sullo stesso piano della persona che subisce l’aggressione, proprio perché entrambi sono due sentimenti che tutte conosciamo, abbiamo sperimentato e che sappiamo essere qualcosa che travolge chi li prova.

Quindi sia la “vittima” sia “l’aggressore” si ritroverebbero in un certo senso ugualmente “travolte”: l’aggressore dalle emozioni e la vittima dalle azioni.

Certo, si è detto e si dice che phobia e odio vanno intesi in modo estensivo e politico, ma non possiamo non tenere in considerazione che c’è un senso comune sia di paura sia di odio e quel senso comune pesa su quelle parole e quindi su come guardiamo questi fenomeni. Non è questo il luogo in cui svilupperò questo aspetto.

Quello che mi sembra manchi nelle parole che si formano con phobia o odio – misoginia, omofobia, grassofobia – è che non mettono in chiaro la natura deliberata e volontaria delle azioni dell’aggressore, di chi vuole nuocere a una persona. C’è molta volontà, freddezza, sicurezza, sadismo e indifferenza in chi mette in atto comportamenti, con parole e azioni, che hanno la finalità di fare del male e di nuocere ad altre persone. C’è un desiderio lucido di deumanizzare e persino il piacere di farlo. Gli esempi potrebbero essere tantissimi e infatti quello che sto scrivendo ha più esempi che affermazioni, proprio perché è per me importante che sia chiara la quotidianità e normalità di questi comportamenti.

Le scritte sui muri sono atti volontari, spesso associati a una buona dose di piacere e divertimento. Lo stesso vale per ciò che viene scritto in chat, nei gruppi social, telegram e persino siti internet. Io le vedo queste persone godere dell’aver trovato l’espressione perfetta per colpire. Le vedo ridere di gusto perché infieriscono su qualcuno.

Questo per me non ha nulla a che vedere né con la paura né con l’odio. Alla base di tutto c’è il disprezzo.

Il disprezzo è un tipo di sentimento molto specifico, mi sembra quasi che sia un sentimento della ragione, cioè della parte razionale della condizione umana. Il disprezzo si fonda su una radicata pretesa di essere superiori, e quindi migliori, e quindi più giusti e quindi moralmente superiori. Le azioni basate sul disprezzo mostrano che in fondo si è convinte che le altre persone non siano degne di esistere così come sono. Le azioni di chi disprezza parlano, perché le azioni parlano sempre. E’ inutile dire che “non si ha nulla contro gay, lesbiche, trans, persone grasse, nere, meticce, donne”. Quelle sono parole vuote di senso e significato davanti ad azioni che invece mostrano che si ha molto contro di esse.

Se si guardano le azioni non esiste più una distinzione né giustificazioni. Misoginia, lesbofobia, transfobia, xenofobia, grassofobia, razzismo, abilismo, ageismo (non posso fare un elenco lungo) sono in parte cose diverse, spesso all’origine hanno cose diverse ma hanno un terreno comune.

Si potrebbe dire che ciò che hanno in comune è il non essere maschi-bianchi-etero-cis-giovani-abili, però questo non aiuta, proprio per la natura “metamorfica” di questi fenomeni. Cioè la capacità di fondersi, ricomporsi, intrecciarsi.

Essere maschio-bianco-gay, donna-etero-nera, lesbica-nera-disabile, donna-trans-giovane. Ogni ricombinazione porta con sé dose di vantaggi e svantaggi (qualcuna parla di privilegi al posto di vantaggi).

Se si mette il focus sulle azioni è invece possibile richiamare gli aggressori alle loro responsabilità e mostrarli nel loro essere dei freddi sadici, dei dispensatori di deumanizzazione. Senza dover sempre specificare l’origine del disprezzo o il tipo di disprezzo specifico. E in un certo senso il disprezzo è misurabile.

Ho voluto trovare una parola in grado di comunicare tutto questo. Non è stato facile. Anni fa nel mondo lgbt si era provato con omolesbobitransnegatività. Non ha avuto molta fortuna quel termine. Il greco antico mi è venuto in aiuto.

Mi è venuto in aiuto col termine ATIMÌA (ἀτιμία)

L’atimìa nel mondo dell’antica grecia è un termine con molte sfumature: sociale, etico-morale, politico e giuridico. Vuol dire disprezzo e disvalore. Il suo verbo atimazein (ἀτιμάζειν) vuol dire disprezzare, privare di valore e riconoscimento. L’ àtimos è il soggetto che merita disprezzo, privo di dignità e anche il soggetto privato dei diritti politico-civili. Infatti l’atimìa indica anche una pena: la perdita dei diritti politici e civili . Ad Atene un soggetto ritenuto moralmente indegno (spesso a motivo dei suoi costumi sessuali) era punibile con la perdita dei diritti politici e civili, quindi ridotto a una condizione di vita assimilabile sotto molti punti di vista a quella riservata alle donne e agli schiavi. Il termine viene anche utilizzato per incitare le persone a disprezzare, estromettere dalla vita civile, privare di diritti civili e politici alcune specifiche persone.

In sostanza l’atimìa è quel termine che dice che la persona in questione non merita di esistere e se esiste non merita di essere riconosciuta come pienamente umana/cittadina. Quindi è anche la persona che non merita di non vedersi riconosciuta alcuna tutela o rispetto, considerazione. Anzi l’àtimos deve vivere subendo delegittimazione, vergogna, inferiorizzazione.

Questo è l’esatto punto in cui misogina, razzismo, abilismo ecc ecc si incontrano. Quando si guarda all’aggressore (che io chiamo soggetto-agente) e alle sue azioni, non importa se ai danni di donne, persone nere, disabili, grasse, se bisessuali o lesbiche, mette in atto un’azione guidata dal disprezzo che ha come fine quello di estromettere e incitare a estromettere dagli spazi della convivenza. Quelle di atimìa sono azioni che hanno come fine il fatto che una data persona abbia un minor valore nel mondo umano (scuole, condomini, luoghi pubblici, istituzioni, cultura, leggi). Sono azioni che si fondano su una supposta e pretesa superiorità.

Sono convinta che in politica, non solo quella istituzionale e di governo, saper riconoscere le azioni sia importante quanto dare riconoscimento e sostegno chi subisce le azioni (che io chiamo soggetto-bersaglio). Se parole come omofobia, razzismo, misoginia sono parole che fanno sì che il soggetto-bersaglio diventi consapevole di ciò che le accade e perché le accade, trovo che l’atimìa dia la possibilità di fermare il soggetto-agente alle proprie responsabilità senza che questo possa minimamente fare appello a sentimenti che offuscano la mente, senza poter dire che non ci aveva pensato. E anche nell’eventualità in cui non sia consapevole, la parola atimìa fa sì che possa riflettere sulle proprie azioni a prescindere dallo specifico soggetto-bersaglio. Per modificare i nostri comportamenti è necessario che guardiamo a ciò che stiamo facendo e come lo stiamo facendo.

Il termine atimìa consente anche di diversificare le singole forme di disprezzo senza però far perdere il terreno comune. Lesboatimia, biatimia, omoatimia, xenatimia, ginoatimia, grassoatimia, phenoatimia, anormoatimia, transatimia hanno coerenza senza perdere il senso delle differenze.


Consente anche di mostrare che il desiderio di non riconoscere tutele, istituti giuridici o garanzie si fonda sul disprezzo e su una supposta superiorità totale che si traduce in pratiche continue di estromissione, inferiorizzazione, umiliazione, privazione.

Atimìa per me è un pezzettino in più da mettere in campo mentre lottiamo per esistere pienamente ed è un pezzettino che tiene insieme la dimensione politica, etica, istituzionale, culturale.

(alcune) fonti

https://politeia.unimi.it/banchedati/il-lessico-della-cittadinanza/

https://www.peren-revues.fr/revue-k/1003?lang=it

https://pandemos-api.panteion.gr/server/api/core/bitstreams/e205ade3-0e54-45d4-9264-29832a86a8a7/content

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