Il matrimonio di Rosa: il coraggio di amare noi stesse

Alla soglia dei suoi 45 anni, Rosa, interpretata da una bravissima Candela Peña, si rende conto di aver vissuto sempre in funzione e a beneficio degli altri rinunciando completamente a sé stessa.

Rosa è una quarantenne tuttofare: lavora come sarta nel mondo dello spettacolo, si occupa di un padre rimasto vedovo, una figlia infelice con due gemelli piccoli che si è traferita a Manchester e sta affogando nella solitudine e nel peso della maternità; un fratello e una sorella dalle vite complicate incapaci di essere autonomi (lui in fase di separazione dalla moglie e con due figli da accudire ma che puntualmente scarica a Rosa e lei dipendente dall’alcol e completamente assorbita dal lavoro). In più ci sono: il fidanzato Rafa che riesce a vedere a stento, l’amica del cuore che le ha lasciato il gatto prima di partire e una vicina di casa che le ha lasciato la cura delle piante in sua assenza.

Ad un certo punto Rosa decide di cambiare radicalmente e prendere le redini della sua vita decidendo di trasferirsi da Valencia a Benicasim e di riaprire la vecchia sartoria appartenuta alla madre e soprattutto di organizzare un matrimonio.

Bouquet, anello, abito, torta; all’appello non manca nulla tranne (particolare non da poco) lo sposo. E non perché non si sia presentato davanti all’altare, ma perché Rosa ha deciso di sposarsi con sé stessa.

Semplice e diretto questo film riesce a raccontarci con realismo e ironia, e contemporaneamente con leggerezza e profondità, la storia di una donna come tante, con i suoi problemi e le sue fragilità. Rosa rappresenta tutte quelle madri, mogli, figlie e lavoratrici troppo spesso costrette a sacrificare i propri sogni e i propri desideri per l’altrO (chiunque esso sia: un marito, un padre, una figlio, un datore di lavoro).

Al tempo stesso Rosa rappresenta la strada che tante donne avrebbero voluto o vorrebbero prendere, quella fantasia di libertà, liberazione ed affrancamento che a volte sembra appunto un sogno nel cassetto da tenere in mano di tanto in tanto quanto la vita si fa opprimente. Rosa indica la via di fuga dal senso di soffocamento dato da un ruolo che dovrebbe esserci gratificante quando è solo stordente e anestetizzante: la donna totalmente devota e orientata agli altri, quella donna più volte glorificata e narrata dalla tradizione cattolica.

Rosa è il “e se…” di tutte le donne, nella speranza che alcune non arrivino mai a sentire il bisogno di quella fuga.

Una commedia diretta da Icíar Bollaín raffinata, ma con tutta la decisione e la teatralità iberica, che sembra lasciare un post it sul frigo di ciascuna di noi con su scritto: vivi.

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