Tu, sei una uomA

L’esperienza più formativa in termini di sopravvivenza lavorativa l’ho fatta in un ufficio di soli uomini in cui ero l’unica donna: 7 a 1, questo era il rapporto.

Le battute sessiste, gli stereotipi, il sessismo benevolo e la misoginia palese erano il mio pane quotidiano; una palestra di resistenza continua per poter lavorare resistendo alla voglia di mandare a quel paese tutti e sette.

In un ambiente in cui la presenza degli uomini è quasi del tutto esclusiva il mio arrivo è stato una sorta di shock; fin dal primo giorno facevano battute su quanto (poco)sarei durata, spesso in mia presenza e con un atteggiamento di quasi pietà; sottolineavano il mio poco interesse per tutti quegli argomenti ritenuti assolutamente importanti per un ambiente di lavoro coeso e collaborativo e che ovviamente rispondevano ad ogni stramaledetta norma maschile.

Per fortuna ho resistito alla tentazione di conformarmi ed ho continuato ad essere me stessa, senza mostrarmi condiscendente o interessata a quello che loro volevano fossero i miei interessi o che aderissi ai loro gusti così da “uomo”.

In effetti sono riuscita a lavorare quasi con serenità dopo alcuni mesi.

Non posso dire che mi rispettassero né che mi riconoscessero come una vera collega, ma almeno ero ritenuta una quasi-collega “purtroppo donna”.

In occasione della prima cena di Natale dei vari uffici, mentre eravamo tutti allo stesso tavolo, uno dei due capi ufficio, dopo parecchio vino e battute in fondo accettabili, convinto di farmi un complimento mi dice, tutto compiaciuto:

Tu non sei una donna, sei una uomA

Non riesco nemmeno a ricordare se sono riuscita ad abbozzare una qualsiasi espressione; ero arrabbiata, umiliata, stordita.

Avrei voluto alzarmi dalla sedia e spiegargli che non avevo bisogno di essere uomo per essere una brava lavoratrice, una persona con cui ci si può relazionare senza aspettarsi tutti quei comportamenti che comunemente vengono attribuiti alle donne, per essere ritenuta una persona con un cervello.

Perché in effetti poco prima avevano parlato, fra di loro come se io non esistessi, delle donne di altri uffici in termini di stupidità ed incapacità e di come quel lavoro non fosse fatto per le donne.

Purtroppo era il mio capo-ufficio e non potevo rischiare il mio già precario posto di lavoro per contestare quello che aveva appena detto, per dargli del misogino, del maschilista convinto della necessità di possesso di un pene per riuscire in quel lavoro.

Inoltre sapevo che sarei stata vista come una suscettibile, permalosa incapace di scherzare o accogliere i “complimenti”, perché nella sua testa essere uomo era la massima aspirazione.

Tante donne devono accettare e subire piccole e grandi prevaricazioni, umiliazioni e derisioni per essere di sesso femminile da parte di uomini che possono decidere non tanto della tua fantomatica carriera ma quanto della possibilità di tenertelo un lavoro, soprattutto se precario.

AGGIUNTA DOPO UN ANNO E MEZZO DA QUESTO POST

Mi rendo conto che la mia irrefrenabile competizione con gli uomini unita al fatto di non sentire minimamente il desiderio o il bisogno di ricevere la loro approvazione ha sempre suscitato molto fastidio fra i miei colleghi e datori di lavoro. Uno di quest’ultimi me lo ha proprio detto in modo palese: mi trovava insopportabile perché per lui ero arrogante, spaccona ma ammetteva di non poter dire altro perché nel mio lavoro ero brava e non mi facevo cogliere in fallo.

Lui invece 45enne belloccio che usava il fascino della virilità (per di più borghese e benestante con una posizione lavorativa ereditata) per relazionarsi con le impiegate aspettandosi condiscendenza e svenevolezza non riusciva ad accettare di avere davanti una donna che non intendeva in alcun modo titillarlo simbolicamente sul luogo di lavoro; in effetti nemmeno le mie colleghe avrebbero voluto né lo avrebbero fatto (si capiva da alcuni commenti fatti alle sue spalle), se solo fosse stata una cosa possibile nella loro mente.

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