Una porta sfondata: quell’indizio che ho inevitabilmente ignorato

Sono stata quattro anni con un uomo violento e quanto sto per scrivere riguarda tutta una serie di indizi -uno in particolare- che avrei dovuto prendere in considerazione ma che la cultura in cui viviamo ci fa sottovalutare perché accetta e porta le donne ad accettare che gli uomini mettano in atto un certo grado di violenza.

Lo conobbi quando avevo 18 anni nel corso di uno dei miei viaggi studio, lui era un giovane cadetto di un’Accademia Militare delle forze armate; non posso negare che agli occhi di me diciottenne di fatto sintetizzasse perfettamente tutte le caratteristiche che le bambine sono portate, nel corso della loro educazione a desiderare e trovare attraenti: aspetto gradevole, forza, nervi apparentemente saldi, coraggio (di facciata), il principe azzurro insomma (e lui era biondo con gli occhi verdi). Non sapevo che dietro quel fascino si nascondesse il mio aguzzino, tanto uguale a tutti gli aguzzini che opprimono le donne, e che mi avrebbe distrutta nel corpo e nella mente. Non sapevo che quel senso di sicurezza che mi faceva provare, e che la società mi diceva fosse buono e giusto, altro non era che controllo, ma non voglio dilungarmi troppo su questo aspetto anche se non escludo di tornare sulla cosa in futuro.

Sono tornata molte volte con la mente a quegli anni, mi è toccato lavorarci,  e  una cosa si ripropone sistematicamente con tutta la sua drammaticità.

La prima volta che andai a casa sua e conobbi i suoi genitori mi accorsi che la porta della sua camera era sfondata: c’era proprio un buco bello grande, di almeno dodici centrimetri di diametro. Rimasi colpita e proprio in quel momento passò sua madre nel corridoio ed io ingenuamente le chiesi : “E questo?”

Lei con un sorriso che allora mi era sembrato divertito, ma che, oggi lo so, era un sorriso colpevole ed imbarazzato, mi rispose : “F. era nervoso per il concorso per l’Accademia e ha tirato un calcio alla porta”. Peccato che allora non aggiunse che per lui quelle manifestazioni di violenza fossero la norma  e  io, cresciuta in una società che spaccia come “normale” la forza fisica violenta maschile (“sono maschi” è la frase che ricorre durante l’educazione dei bambini per giustificare tutte le loro manifestazioni più inopportune e violente) accettai quella lettura dell’accaduto.

Come dicevo qualche riga fa, spesso mi sono chiesta cosa sarebbe successo se avessi visto quella porta sfondata per quello che era; mi sono colpevolizzata molto per essere stata “leggera”, ma oggi so che tutto il love bombing  di cui ero oggetto, quelle premure esagerate e persino forzate, era  il terreno che lui stava preparando perché io ignorassi altri campanelli d’allarme. E tutto questo lui lo poteva fare  perché la società in fondo porta tutte noi donne a ritenere non solo concepibile, ma anche ampiamente tollerabile che una certa dose di violenza venga agita dagli uomini.  E in effetti non si limita a fare questo, infatti chiama  forza quella violenza e ti fa sperare e  immaginare  che verrà utilizzata per proteggerti (e questo perché veniamo cresciute con l’idea di dover essere protette, ma  è un altro argomento).

La verità è che sarebbe difficile per qualunque donna vedere certe manifestazioni per quello che effettivamente sono e che le donne scivolano nella spirale della violenza perché la violenza non si manifesta mai tutta insieme se non quando non puoi più scappare. E non puoi più scappare perché la tua volontà è stata piegata e frantumata.

Quanto a me, non preoccupatevi, oggi sono libera e  ho fatto tesoro di quegli anni infernali da cui sono emersa, posto che il rapporto con gli uomini non è problematico e distruttivo solo quando sono violenti.

Ma questa è tutta un’altra storia.

A tutte le donne

con affetto

Myrina

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