Lettera alla mia amica E. sulla maternità

Cara E.,

sono quasi quindici anni che ci conosciamo, un tempo lunghissimo se penso alla nostra età anagrafica.

Ho deciso di scriverti per scrivere a tutte le donne che come te, e diversamente da me, hanno sempre saputo di non volere né una gravidanza né altre forme di accesso alla maternità.

Ti ho conosciuta così e continui ad essere così, a saperti e volerti così, a desiderarti così.

Come donna e femminista quanto sta accadendo nel movimento delle donne in questi ultimi due mesi mi sembra un allontanamento dalle donne che tu e io siamo. Lo stesso potrei dire delle nostre amiche G., S., L. Stare nelle differenze è esattamente quello che abbiamo fatto come donne, i nostri desideri, che ci hanno portato ad avere vite anche molto diverse, non cambiano il fatto di essere donne complete.

Vedi, in entrambi i nostri desideri la cultura vede una sottrazione, un essere meno donna. Come?

Nel tuo desiderio la cultura vede una donna incompleta, forse un po’ egoista e immatura, che sta fuggendo dal suo fulgido “destino biologico”. Un desiderio, il tuo, ancora percepito come “contro natura”, sebbene non lo si dica più in modo così aperto e sebbene le affermazioni della neo-ministra per la famiglia siano molto esplicite su cosa ci sia al centro dell’essere donna.

Il tuo desiderio viene raccontato come “una scelta” e ancora peggio si allude al fatto che sia una scelta di cui finirai prima o poi per pentirtene. Nella cultura patriarcale ci si può pentire di non essere state madri, anzi ci si deve pentire di non essere state madri. Pentirsi di essere diventate madri è, invece, un tabù.

Ecco, io non riesco a pensare a te in termini di scelta, non oggi, non dopo questo piccolo lungo accidentato mio percorso femminista; per questo parlo di desiderio.

Tu desideri una te e desideri un presente e un futuro per te in cui la maternità non è nemmeno nel ventaglio delle opzioni fra le quali scegliere, non è nell’orizzonte delle possibilità. Se la maternità entra nel discorso della tua vita è per imposizione, perché altre persone la infilano a forza fra le aspettative su di te.

E’ orribile che non esista una parola che esprima il concetto di donna che non desidera la maternità. Child-free è un termine orrendo; libera dai bambini? Questa espressione serve solo a creare competizione fra donne a un livello che è molto al di sotto della soglia di coscienza; le madri sono “le schiave dei bambini”?

La sola parola donna non basta, perché anche le madri sono donne o forse bisognerebbe dire che lo sarebbero se fosse lecito. Potessi farti un regalo, ti regalerei una parola che descriva l’intensità del tuo desiderio e la completezza della donna che sei.

Ammetto che misurarmi, nel corso degli anni, col tuo desiderio non sempre è stato semplice e non sempre è stato coerente con la volontà di rispettarti. Ho ceduto alla semplificazione, l’ho fatto nei miei pensieri, nelle mie riflessioni e a volte, temo, anche in qualche conversazione. Quella differenza fra noi due era radicale e, ammetto, non risuonava in me, non potevo specchiarmici.

Sono felice però di non aver ceduto alla tentazione di proiettare il mio desiderio di maternità su di te e quindi di non averti fatto domande che sarebbero state più un imporre dei dubbi che un cercare di capirti e conoscerti. Le domande che le donne col tuo stesso desiderio si sentono fare mirano a fare breccia, a incrinare, a creare falle. E questo comportamento così diffuso trovo che sia una grave mancanza di rispetto e di riconoscimento.

Ghislaine Howard, Self Portrait Pregnant, 1984

Le cose non sono più semplici se sei una donna che ha desiderato o desidera la maternità: siamo “non più donne” e diventiamo esclusivamente madri; degli esseri eterei fatti di idee e votate al martirio per il semplice fatto di aver voluto concretizzare un desiderio; ci si aspetta che la nostra maternità diventi l’unica cosa che siamo, che sia qualcosa di totalizzante, capace di elevarci non si sa bene a quale livello (forse il paradiso come la vergine Maria del cattolicesimo?). E guai a chi di noi prova a vivere come donna e non solo come madre: niente tempo libero, niente aspirazioni, niente interessi, niente sesso. Ci si aspetta da noi che i nostri figli e le nostre figlie siano il nostro unico argomento, salvo poi essere ignorate quando qualcuna ne parla; passiamo da un vuoto di discorso a un vuoto di ascolto. Dobbiamo essere completamente e solamente madri, smettendo di essere donne, e al tempo stesso ci viene chiesto il silenzio perché la maternità è domestica, intima, va lasciata fra le calde mura di casa. Non possiamo sbagliare perché altrimenti siamo pessime madri, mentre il mondo trova divertenti tutte le cose disastrose che fanno i padri (le facessimo noi sarebbe la fine): penso a tutti i reel, meme, tik tok in cui i padri si mostrano come genitori disattenti, privi di ogni prudenza e senso del pericolo.

Come vedi quello che abbiamo in comune è il fatto che in quanto donne non ha alcuna importanza quali desideri abbiamo, cosa desideriamo per noi stesse e di noi stesse; qualunque cosa faremo sarà comunque sbagliata e sarà giusto essere additate come manchevoli, egoiste, imperfette, ridicole, vuote, frivole, presuntuose.

Ecco io, invece, voglio vedere in ogni donna qualcuna in grado di desiderare e vorrei che ogni donna fosse nelle condizioni di desiderare liberamente e cose anche molto diverse, separatamente e/o contemporaneamente.

Tu e io, cara E., siamo due soggetti desideranti e siamo due donne complete a prescindere dai nostri desideri.

P.S. Mi rendo conto che anche questo pezzo tu lo avresti scritto in maniera radicalmente diversa. Beccati questo miele tutto per te.

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